Padre Matteo Ricci
 

L'apertura della Cina sul mondo


Il primo e fondamentale ostacolo incontrato da Ricci nella sua impresa era costituito dall'assoluta chiusura della Cina nei confronti del mondo esterno e dalla ancestrale paura dei cinesi nei confronti degli stranieri. Su questo punto, in particolare nelle Lettere, Ricci è chiarissimo. Egli si riferisce a ogni passo a tale paura, diffidenza e quasi "odio naturale" dei cinesi nei confronti degli stranieri come al più grave ostacolo che si opponga al compimento della missione.

In una lettera a Girolamo Costa, Ricci analizza con lucidità le cause della chiusura della Cina, "regno differentissimo di tutti gli altri del mondo", nei confronti degli stranieri. Anzitutto, "amplissimo e ricchissimo di tutte le cose", è pienamente autosufficiente e non ha bisogno di stabilire rapporti con altre nazioni; inoltre, poiché "sono tra di loro in puochissima stima l'arte militare e le armi", i cinesi hanno "paura e sospitione di qualsivoglia cosa e temono de' forastieri"; ma la chiusura nei confronti degli stranieri deriva anche dalla loro convinzione di essere l'unica grande civiltà del mondo: "hanno un odio naturale a tutti forastieri dal principio sino a questi tempi, parendoli che tutti sono barbari e loro sono il capo, anzi tutto il corpo principale del mondo". Da ciò deriva che "non ci lasciano stare nelle loro terre se non in stato basso e non vogliono che entrino altre persone" (15/10/1596, pp. 342-43).

Ricci non perderà mai la paura di poter essere espulso, anche se questa diminuirà molto negli ultimi anni, quando avrà capito e cercherà di far intendere agli altri gesuiti venuti dopo di lui che la relativa sicurezza di rimanere, di cui godono, riposa su una paura più profonda dei cinesi: quella che gli stranieri, venuti a una conoscenza così ampia della Cina, possano esserle più nocivi uscendone che rimanendo per sempre entro i suoi confini.

Sembrerebbe che il successo della missione di Ricci, consistente già nel semplice fatto di essere riuscito a entrare e rimanere così a lungo in quella "terra dal principio del mondo sempre inhospita a forastieri" (8/03/1608, p. 473), riposasse su un delicato equilibrio di paure incrociate. E se la paura è una sorta di "basso continuo" nell'impresa ricciana, altri motivi hanno svolto un ruolo altrettanto determinante nel superamento, mai definitivo, di quella: nei cinesi la curiosità naturale di conoscere, a seconda dei casi, il "diavolo forastiero", accompagnata dal desiderio di possedere oggetti ignoti e meravigliosi che questi aveva fatto conoscere per la prima volta e che poteva donare o vendere. Grazie a un orologio meccanico che suonava le ore, voluto dal viceré del Guangdong, i padri entrarono in Cina; grazie all'offerta di doni straordinari all'imperatore, Ricci fu chiamato a Pechino.

La curiosità di conoscere i due stranieri, che non poteva ammettere alla sua presenza, suggerì all'imperatore di ordinarne i ritratti ad intera figura e in piedi. Certo, molti letterati furono attratti e conquistati dalle scienze di Ricci, dall'arte prodigiosa della memoria, dalla sapienza filosofica che sapeva trasmettere, dalle virtù umane che i prefatori cinesi delle sue opere celebravano. Altri, pochi rispetto alla gran quantità di persone che lo incontrarono e conobbero, accolsero anche il suo messaggio cristiano.

Dopo la morte di Ricci un letterato cinese scrisse, sintetizzando mirabilmente la sua opera: «Il dottor Li ha aperto gli occhi della Cina sul mondo». La vittoria sulla paura dei cinesi nei confronti dei "diavoli forastieri" e l'apertura di un credito di fiducia e di amicizia della Cina verso l'Europa, mai prima conosciuto "da che mondo è mondo", può considerarsi l'esito più clamoroso dell'impresa ricciana. Tale risultato sembra essere stato conseguito grazie a tre caratteri distintivi dell'esperienza che le Lettere descrivono:

  1. La personale e naturale inclinazione di Ricci a stabilire relazioni di attenzione e affetto verso gli stranieri di cui parla nella lettera a Maselli da Goa il 29 novembre 1580 (altrove si potranno ricercare le ragioni culturali e psicologiche di tale disposizione).

  2. La capacità di rinunciare a una parte dei sogni con cui viene costruita l'identità personale. Decidendo di "farsi in tutto Cina", per comunicare con questo "altro mondo", Ricci rinuncia ai segni esteriori della propria identità di europeo (lingua, cibo, costumi, forme di relazione sociale) e non esita a metter da parte persino molti segni e simboli, che ritiene non strettamente essenziali, della propria fede religiosa.

  3. Il patrimonio di conoscenze umanistico - scientifiche e il corredo di virtù morali personali con cui poté sedurre la Cina.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Copyright © 2009 Comitato Celebrazioni Padre Matteo Ricci

Sito realizzato con CMS per siti accessibili e-ntRA - RA Computer Spa